Museo della Vite e del Vino

Come si coltiva la vite

Il paesaggio toscano come lo conosciamo oggi con le meravigliose geometrie delle grandi estensioni delle vigne, non esisteva una volta: fino alla metà del XX secolo dominava il famoso “promiscuo toscano”, che consisteva nel coltivare all’interno dello stesso campo viti, olivi e a volte persino grano. A quei tempi le viti venivano piantate in due modalità, dette “a filari” o “a chioppi”.

Per piantare un filare di viti, veniva fatta una fossa di un metro per un metro per tutta la lunghezza del filare. Come sostegno per la pianta si utilizzavano sia pali di castagno che piante a crescita rapida come pioppi, gattici e a volte anche alberi da frutta.

Per le viti a “chioppo” invece veniva scavata una “formella” di un metro per un metro, all’interno della quale veniva poi piantata la vite con accanto un “galluzzo”, una specie di acero a crescita lenta in modo che, sia la vite che il galluzzo, vivessero in armonia, senza danneggiarsi a vicenda.

Il lavoro di preparazione del terreno era sfiancante, spesso commissionato dalle fattorie a cottimo a braccianti che non avendo terra sufficiente per poter lavorare tutto l’anno, erano costretti ad offrirsi per prestazioni quasi sempre malpagate.

La cura della vite

La vite necessita attenzioni e cure durante tutto l’arco dell’anno per poter crescere sana e portare a maturazione i suoi frutti. Di fondamentale importanza è la potatura annuale. In inverno, infatti, occorre tagliare tutti quei tralci che hanno dato il frutto la stagione precedente, lasciando solo due tronconi di tralci maestri. Successivamente, con l’arrivo della primavera, quando la pianta si risveglia dal torpore invernale e inizia a germogliare, questi due tronconi devono essere piegati e legati al sostegno del filare con piccoli rami di salice: questi, mentre i tralci della vite crescono, cedono lentamente in maniera che la vite non venga recisa dalla legatura. Con il primo tepore della bella stagione, i tralci iniziano a coprirsi di gemme e successivamente di fiori. A questo punto iniziano le prime ramature contro le malattie più frequenti della vite come lo iodio e la peronospera.

Per combattere queste malattie di origine fungina, il coltivatore utilizza un liquido azzurro a base di solfato di rame addizionato a calce (parte più solida che permette al trattamento di rimanere attaccato alle foglie) che viene irrorato con pompe a mano dello stesso tipo di quelle in mostra. La ramatura si ripete in maniera frequente, anche fino a cinque o sei volte per stagione. Nei mesi caldi viene spruzzato sulle viti anche dello zolfo, utilizzando strumenti come la zolfatrice a zaino o il mantice con serbatoio.

Una delle sezioni del Museo del vino conserva molti utensili usati un tempo per la cura e la coltivazione della vite. Tra questi: lo scaleo da “chioppo” fatto a punta per poter essere infilato dentro la vegetazione del “chioppo”, per maggior sicurezza dell’agricoltore; le forbici per potare rigorosamente tenute dentro la propria custodia ricavata dal corno di bue; due pompe irroratrici, sia quella per il rame, che quella per lo zolfo; mazzi dei salici per le legature dei tralci; il “bidente” e vari tipi di zappe per la lavorazione del terreno intorno al filare.

La vendemmia

A fine estate, quando le viti sono cariche dei loro frutti, si inizia a pensare alla vendemmia. Ai giorni nostri la raccolta dell’uva è quasi completamente meccanizzata: grandi macchine passano a cavallo dei filari e in poco tempo vengono raccolte notevoli quantità di grappoli d’uva con rilevante riduzione di fatica e forza lavoro. Fino a qualche decennio fa, invece, il lavoro era totalmente manuale.

Si iniziava con una raccolta mirata di alcuni tipi di uva che venivano posizionati su delle stuoie e che sarebbero serviti successivamente o per ottenere una seconda fermentazione dell’uva raccolta, oppure per fare il vin santo. Dopo aver scelto l’uva, iniziava la vendemmia vera e propria.
Questo era un momento di gioia e condivisione. La temperatura mite e la semplicità delle mansioni da svolgere facevano sì che tutti i componenti della famiglia, ragazzi compresi, potessero partecipare all’evento.
L’uva raccolta con dei grossi panieri di vimini veniva messa nelle bigonce e poi portata con un carro trainato da buoi fino alla tinaia della fattoria.
All’interno dei tini di rovere a tronco di cono iniziava la fermentazione, grazie alla presenza dell’ossigeno.

Per due settimane circa era necessario rivoltare l’uva nel tino perlomeno due volte al giorno fino alla completa vinificazione, per non rischiare di compromettere la riuscita del vino.

A vinificazione avvenuta si procedeva alla “svinatura”: durante questa fase il vino chiaro veniva tolto dal tino e la rimanenza solida veniva spremuta con appositi torchi molto grandi e pesanti.
A questo punto il vino veniva messo nelle botti utilizzando i bagli, contenitori di legno considerati vere proprie unità di misura. Dopo alcuni giorni, si aggiungeva parte di quell’uva lasciata sulle stuoie e il vino veniva fatto riposare per tutto l’inverno per raggiungere la giusta maturazione.

Il vin santo e il vin novello

I grappoli messi sulle stuoie ad essiccare sono soprattutto la base per la preparazione del vin santo, vino liquoroso tipico della Toscana.
L’uva viene fatta disidratare sulle stuoie all’incirca fino alla fine del mese di dicembre. A quel punto, gli acini vengono staccati dai raspi, posti in delle bigonce e infine, con molta pazienza, spremuti con un torchio di piccole dimensioni. Questa operazione richiede molta attenzione per evitare lo spreco del mosto. Il liquido ottenuto viene versato nel caratello e dopo essere stato sigillato con il cemento viene lasciato al suo interno per almeno tre anni.

Il vino novello è il primo vino rosso prodotto con la vendemmia di settembre. La peculiarità di questa tipologia di vino è che si ottiene con un processo chiamato “macerazione carbonica”, durante la quale i grappoli di uva lasciati interi fermentano in un ambiente carico di anidride carbonica.
Il vino nuovo si distingue dai vini sottoposti a maturazione per una colorazione viva tendente al porpora, l’aroma fruttato, leggero e una quantità bassa di tannini e alcool (spesso non superiore all’11%).

Bottiglie, fiaschi e damigiane

Fiaschi, bottiglie, damigiane di diversi tipi e dimensioni venivano prodotte dalle vetrerie di Empoli, che dista da Montespertoli circa 20 chilometri.

Le damigiane esposte all’interno del museo sono di vetro soffiato, una tecnica che richiedeva una grande maestria da parte del mastro vetraio che doveva creare damigiane quasi perfette solo con la forza dei suoi polmoni. Le damigiane “soffiate” si riconoscono da quelle stampate per la forma del collo: le soffiate hanno un aspetto poco rifinito rispetto alle altre, in quanto una volta terminate venivano separate dalla “canna” del soffiatore con un colpo preciso che staccava la damigiana, ma lasciava il collo con alcune imperfezioni.

Accanto alla produzione dei fiaschi nacque presto l’indotto delle fiascaie e delle trecciaiole. Il lavoro prevedeva diverse fasi: la raccolta delle erbe palustri nei fossi della piana empolese, la loro essiccazione e infine l’impagliatura vera e propria. Era un lavoro destinato solo alle donne, che non partecipavano al lavoro nei campi e si servivano di questa attività per mandare avanti l’economia familiare.

La Mostra del Chianti

Le feste del vino e dell’uva, iniziate per volere del Governo italiano negli anni Trenta, sono la diretta conseguenza dell’interesse rivolto, a partire dalla seconda metà del XIX secolo al miglioramento della qualità del vino e delle condizioni del settore agrario in generale. Negli anni che seguirono la Prima guerra mondiale, come risulta evidente dalle circolari e dai 12 carteggi conservati nell’archivio del Comune di Montespertoli, si manifestò un rinnovato interesse per la produzione vinicola, volta a favorire il mercato nazionale ed estero del vino.

La prima Festa dell’Uva venne organizzata dal Comune di Montespertoli nel 1931, ma è solo dai primi anni Cinquanta che si iniziò a valutare l’opportunità di istituire una “annuale Festa del Vino o Sagra dell’uva”, che prese concretamente avvio nel 1957.

Le testimonianze documentarie diventano più dettagliate quando la festa, a metà degli anni Sessanta, si trasformò in mostra-mercato e ospitò varie iniziative connesse al vino: sfilate dei carri allegorici, convegni tecnici, mostre filateliche, esposizioni fotografiche e pittoriche e vari manifestazioni collaterali d’intrattenimento e di promozione turistica. Gli inserti relativi alle mostre degli ultimi anni percorrono l’evoluzione della festa, nonché i mutamenti del costume e di interesse nei confronti del vino.