Museo Amedeo Bassi

La tradizione

Amedeo Bassi, al contrario di Enrico Caruso, ha lasciato poche registrazioni fonografiche, ed è forse per questo che oggi è così poco ricordato.

Se a Caruso furono rimproverate le sue venature ‘baritonali” nell’ accostarsi a personaggi più vicini alla tradizione belcantista, Amedeo Bassi ha sempre sfoggiato un’incredibile chiarezza di suono che gli permise di affrontare in maniera ineccepibile ruoli come il Duca in Rigoletto, Alfredo in La Traviata o, all’inizio della carriera, Elvino in Sonnambula. Questa connotazione timbrica, per certi versi in contrasto con la categoria alla quale è stato solitamente inquadrato ossia quella di tenore spinto, gli ha comunque permesso di legare il suo nome ai ruoli verdiani della maturità, come Don Carlos, Radames e Otello, e in genere a tutto il repertorio verista di cui fu interprete generoso e instancabile.

Dell’ultimo periodo sono le numerose presenze, come protagonista, in opere di Wagner, che all’inizio del ‘900 aveva in Italia folte schiere di appassionati. Purtroppo, di Bassi non ci è pervenuta nessuna registrazione in proposito per permetterci di valutare l’impatto timbrico della sua voce nella produzione di quest’autore, il cui ideale, va ricordato, era la vocalità belcantista di Bellini, di cui fu sempre convinto ammiratore.

Amedeo e i grandi compositori del suo tempo

Nella carriera di Bassi fu centrale la figura artistica di Giuseppe Verdi: il tenore sostenne i ruoli più importanti del repertorio verdiano, da Don Carlos a Otello, Radamès in Aida, Manrico nel Trovatore, il Duca di Mantova in Rigoletto; ebbe pure in repertorio Ernani, I Vespri Siciliani, Un Ballo in Maschera e la Messa da Requiem. Delle interpretazioni verdiane di Bassi restano documenti sonori di grandissimo interesse: l’artista si rivela eccezionalmente capace di evitare ovvie sottolineature e forzature, privilegiando invece l’accento e l’espressione.

Per il già maturo Bassi l’interpretazione delle opere wagneriane dal 1919 al 1924 significò lo sbocciare di una vera seconda carriera, durante la quale, dopo i successi in Italia e Francia, egli nel 1923 si cimentò persino a Bayreuth, la città tedesca dove il compositore aveva creato un dominio personale, con il sostegno del suo mecenate re Ludwig Il di Baviera, e dove tradizionalmente la critica e il pubblico sono più che altrove esigenti verso gli interpreti dei suoi lavori.

La stupefacente carriera wagneriana di Bassi lo condusse a cantare le principali parti tenorili (Sigfrido, Tristano, Parsifal), impervie per arditezze vocali e resistenza canora, sforzo mnemonico testuale e presenza scenica del personaggio (eroi puri e nobili, capaci di sacrifici e amori assoluti, in opere di lunghissima durata e dense partiture). Aver eseguito Wagner sia in versione ritmica italiana che nell’originale tedesco fu prova straordinaria di stile per un cantante italiano, in un’epoca in cui in Italia soltanto i più dotti intellettuali conoscevano la lingua tedesca e concepivano la possibilità di cantare Wagner nel testo originale.

Amedeo Bassi eccelse anche nell’interpretazione dei protagonisti pucciniani. Debuttò come Rodolfo nella Bohème al Teatro Pagliano (oggi Teatro Verdi) dì Firenze nel 1898. Ebbe in repertorio inoltre i ruoli di Des Grieux in Manon Lescaut, di Mario Cavaradossi in Tosca, di Pinkerton in Madama Butterfly. Ma è principalmente ricordato come Dick Johnson (Ramerrez) nella Fanciulla del West, l’opera pucciniana alla quale rimase più legato, apprezzato in modo speciale dallo stesso compositore. Bassi interpretò Fanciulla nelle tournée statunitensi che seguirono il debutto al Metropolitan Opera House di New York sotto la direzione di Toscanini, e ne fu il primo protagonista in Italia.